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Solo Ale Puro presso Studio D’Ars – Milano

Il 19 Novembre torna l’appuntamento in Studio D’Ars, la galleria d’Arte Contemporanea nel cuore di Milano. I Martedì d’inaugurazione proseguono con l’apertura al pubblico di una retrospettiva interamente dedicata all’artista Ale Puro.
Egli condurrà tutti i visitatori alla scoperta di un mondo popolato da personaggi-bambini immobili e assorti, impegnati in attività infantili, ma dotati di sguardi adulti, consapevoli e un po’malinconici.
I murales di Ale Puro sono istantanee che catturano i piccoli protagonisti immersi in una dimensione nascosta, astratta, lontana dal tempo e insieme famigliare, conosciuta come solo il ricordo della nostra infanzia più pura può essere.
Nati dall’immaginazione dell’artista e dallo stimolo raccolto durante i suoi viaggi, i fanciullini di Ale Puro, di Pascoliana memoria, ci mettono in contatto con la nostra voce nascosta invitandoci a riconoscerci nella loro ingenua e silenziosa poesia.

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Per ulteriori info:

http://www.lobodilattice.com/mostre-arte/solo-ale-puro

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Fumogeni e fuochi d’artificio: l’arte di Olaf Breuning

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Olaf Breuning è un visual artist svizzero attivo dal 1997 che si muove tra New York e Zurigo. Con una grande vena artistica e un’alta dose di creatività, esprime la sua visione del mondo mediante diverse forme d’arte: fotografia, performance di vario tipo, sculture, disegni, installazioni e filmati. Recentemente si è soffermato sull’utilizzo di fumogeni colorati e fuochi d’artificio per comporre effetti visivi di incredibile bellezza. Dalle fotografie si riesce a carpire solo la staticità dell’installazione, ma sicuramente dal vivo l’effetto dei colori in movimento, il contesto ed il clima dovrebbero riuscire a donare una carica più che positiva all’installazione.

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Dan Flavin: come il neon è minimalista

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Dan Flavin era un artista statunitense nella corrente minimalista, celebre per le sue installazioni che prevedevano lampade neon colorate.
Questi lavori, da lui chiamati “icons“, sono comunemente riconosciuti come iniziatori del movimento minimalista del 1963.

http://en.wikipedia.org/wiki/Dan_Flavin

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ASTA RECORD PER WARHOL

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Dopo l’asta da record mondiale da Christie’s con un trittico di Bacon venduto a 142,2 milioni di dollari, è il turno di un’opera d’arte di Wahrol, battuta all’asta da Sotheby’s alla strepitosa cifra di 105 milioni di dollari.

Nuovo record per la vendita di un Warhol da Sotheby’s, battuto alla cifra finale stratosferica di 105,4 milioni di dollari. L’odor di record era già nell’aria ancora prima dell’inizio dell’asta, ma nessuno si aspettava il risultato finale, superiore di ben 30 milioni di dollari al precedente primato per un’opera di Warhol. Il mercato dell’arte a questi livelli non sembra conoscere crisi e dopo il record planetario per il trittico di Francis Bacon “Tre studi di Lucian Freud” acquisito da un facoltoso cliente anonimo durante l’asta di martedì da Christie’s a New York, ora è il turno del World Record per un’opera d’arte a firma Andy Warhol. Silver Car Crash (Double Disaster) di Warhol è il capolavoro pop art in…

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INTER/VALLUM, ROBERTO CIACCIO

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INTER/VALLUM è la mostra dell’artista Roberto Ciaccio che si è tenuta a Palazzo Reale, nella sala delle Cariatidi, dal 21 Settembre al 20 Novembre 2011.Questa mostra rappresenta il tripudio dell’Arte Totale, riferito sia alla specificità del lavoro di Roberto Ciaccio ma anchIMG_5618e alla ricerca più ampia dell’Arte stessa, nel senso più universale del termine. In questa esposizione, infatti, si mescolano tra loro, in una complessa dimensione sinestetica e quasi sacrale, architettura, scultura, pittura, musica e filosofia, ognuna non più identificabile per se stessa attraverso le forme contingenti della propria singolarità ma per il fondamento ontologico che la domina.D’altronde risulta lampante la similitudine tra la Sala delle Cariatidi, con la sua temporalità sospesa, colma di memorie e vissuti temporali, con il suo ritmato scandirsi di elementi quali le colonne, le statue, gli specchi e le aperture, con la ricerca profonda dell’artista, con le sue soglie, i suoi ritmi musicali, il suo gioco del rivelamento della figura.
Entrati nella Sala delle Cariatidi si veniva avvolti dal silenzio. Alcune lastre stavano appoggiate su alti leggii, sparse per tutta la sala, altre, invece, erano appoggiate per terra. Lungo le pareti erano esposti in modo seriale e calcolato i grandi painting print, intervallati dai grossi specchi. Sopra di essi, si stagliavano le statue mutilate delle cariatidi e ancora più sopra la grande volta totalmente decorata.

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È proprio in un’ installazione come questa che l’operazione dell’osservare non è assolutamente sufficiente ma è necessario anche ascoltare gli sviluppi che avvengono nel tempo, ascoltare ogni suono che scaturisce dagli elementi uniti in questo unico spazio.
Entrando dall’ingresso della sala ci si trovava a confrontarsi con una serie si lastre di rame dalle tonalità cromatiche e percettive diverse, disposte a semicerchio. Da esse scaturivano suoni diversi; da quelle dal colore freddo, un suono acuto, da quelle dal colore caldo, un suono grave. Di fronte ad esse stava una lastra argentata rivolta verso il soffitto, posizionata come il direttore d’orchestra.

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Avvicinandosi ad essa ci si rendeva conto che rifletteva l’intera volta della sala. Continuando a camminare si era circondati a destra e a sinistra dai grandi painting print scuri che sembravano ripetere sommessamente le note scaturite dalle lastre di rame. Trovandosi a metà sala si sentiva il bisogno di fermarsi, come ad assecondare una lunga pausa, segnalata dall’ingombrante presenza, a sinistra, di due grandi lastre accostate che si davano tra loro la schiena.
Per terra delle piccole e quadrate lastre di rame distribuite senza ordine apparente continuavano a giocare con il soffitto. Lo riflettevano, lo trattenevano, lo facevano vibrare e vivere.

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A destra si sentiva invece la presenza di un pianoforte. Muto. Come in attesa forse di suonare, forse che invece aveva già suonato e si trovava in riposo.
Probabilmente, invece, che stava continuamente suonando, suonava come tutto il resto lì dentro, bisognava solo ascoltarlo.

Dopo questa pausa, il bisogno di un lungo respiro e si continuava ad avanzare.

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Le lastre finali, infatti, suonavano con un ritmo serratissimo, a destra una serie di piccole lastre che costituivano un lungo fascio di luce dorata, a sinistra, invece, due grandi lastre che si rimbalzano il suono, sempre aiutate dai painting print sulle pareti, davanti si estendevano delle lastre orizzontali bianche, mute come le pagine di un pentagramma senza note, silenziose come le pagine bianche di un libro ancora da scrivere.

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In fondo si ergeva una lastra rappresentante una grossa croce, suono lungo e grave.
Si era così giunti al termine del viaggio all’interno della Sala. Ma girandosi all’indietro e  guardando cosa ci si era lasciati alle spalle, ci si rendeva conto, in un momento di meravigliosa scoperta, che da quest’altra prospettiva non si scorgeva il percorso tracciato nel suo contrario, ma solo nuovi possibili percorsi.

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E finalmente ci si poteva rendere conto che intorno a noi non si percepivano più delle lastre o della statue ma solo delle presenze, simili a quelle che popolano le singole opere di Roberto Ciaccio, presenze che avevano perso la loro propria identità per andare a formare un tutto unitario.

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Così si poteva vivere finalmente l’opera d’arte, con i suoi suoni ma soprattutto con tutte le vive consonanze che erano in quell’esposizione sottese;

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le lastre profonde con i loro colori e forme che comparivano piano dallo sfondo scuro, colori e forme pronte a scomparire appena ci si muoveva di un passo, colori che cambiavano e si modificavano continuamente, che spesso diventavano solo aloni, che diventavano presenze remote, di un passato ignoto, impossibile da scoprire ma che rimane inevitabilmente dentro, queste lastre parlavano delle cariatidi, anche loro solo presenze d’altronde, presenze colme di assenze nelle loro mutilazioni che raccontavano, a loro volta,  un passato impossibile da conoscere.

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Le cariatidi si fondevano con le lastre. Entrambe suonavano allo stesso modo.
Ogni passo che si muoveva all’interno di questa Sala donava una prospettiva diversa, con un suono diverso che si produceva.

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Qui regnavano altre consonanze: le lastre per terra riflettevano il verso del pianoforte, l’interno del pianoforte con le sue corde richiamava l’esterno, il coperchio del pianoforte rifletteva la volta.

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Tutto si richiamava, tutto si fondeva nell’altro.
Gli specchi delle pareti giocavano con i riflessi, anche con quelli delle persone che visitavano la sala e in questo modo gli spettatori si ritrovavano a vivere l’opera d’arte, non solo a essere semplici spettatori ma erano chiamati a farne parte. L’opera si animava grazie alla presenza delle persone stesse, che diventava anch’essa suono, lì dentro.

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Nella Sala delle Cariatidi non vi era pittura, né musica né scultura né filosofia. Lì vi era l’Arte più pura che ha perso la propria identità specifica per giungere al grado assoluto.
Lì si è svolto un concerto silenzioso. Lì vi è stata l’arte per l’arte. Lì si poteva capire cosa fosse davvero l’arte totale e come farne parte.